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A cura del fratello Raffaele
Vogliamo fermarci insieme su una domanda apparentemente semplice — «Di che religione sei?» — e scoprire come quella domanda, così comune nella vita quotidiana, possa nascondere una trappola sottile. Una trappola che rischia di ridurre la nostra fede a un’etichetta, la nostra vita spirituale a un elenco di regole, e il nostro Salvatore a una denominazione. Il nostro obiettivo è riflettere insieme su cosa significa davvero appartenere non a una religione, ma a Cristo stesso.
La Domanda Che Sembra Innocente
Quante volte ci è capitato? Sei in mezzo a colleghi, amici, parenti. A un certo punto qualcuno nota qualcosa di diverso — non festeggi un santo, non partecipi a una cerimonia, non ti comporti come gli altri. E allora arriva puntuale: «Ma tu di che religione sei?»
In apparenza è solo una domanda di inquadramento. Ma nel momento in cui rispondiamo «Sono cristiano evangelico», nella mente dell’interlocutore scatta immediatamente un catalogo di divieti e pratiche. L’etichetta ha funzionato, e tutto ciò che è vivo, personale, trasformativo nella nostra fede rimane invisibile.
Questa è la trappola: quando rispondiamo usando lo stesso linguaggio del mondo, finiamo involontariamente per dire «Sì, anche noi siamo un gruppo con le nostre regole, diverse dalle vostre». Ed è proprio lì che si perde tutto.
Appartenere a Cristo, Non a una Denominazione
«Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Quella vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me.»
Galati 2:20
Paolo non dice «sono membro di una comunità», né «seguo questo o quel codice di comportamento». Dice qualcosa di radicale e personale: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Non apparteniamo a una struttura istituzionale, non siamo definiti da un calendario liturgico. Siamo definiti da una relazione viva con una Persona che ha cambiato tutto.
Il Fariseo e il Pubblicano (Luca 18:9-14)
Gesù racconta questa parabola a coloro che «erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri». Il fariseo prega dentro di sé, convinto di essere giusto: digiuna, paga la decima, ringrazia Dio di non essere come gli altri. Il pubblicano invece non osa alzare gli occhi al cielo. Si batte il petto e dice una sola cosa: «O Dio, abbi pietà di me, peccatore.» E Gesù conclude: «Questi tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello.»
Il punto di partenza non è ciò che facciamo, ma ciò che riconosciamo di essere. Il pubblicano non porta nulla, non vanta nulla. Porta solo la sua necessità. Ed è da lì che tutto può cominciare.
Il Pericolo di Vivere per Religione
La religione trasmette un messaggio preciso: fai questo, fai quello, segui questi passi e sarai a posto. Il risultato è che si eseguono pratiche senza sapere perché, si vive di forma senza contenuto. Il gesto sacro diventa evento sociale. Il rischio è che anche noi, nelle nostre comunità, possiamo cadere nella stessa trappola: fare le cose giuste per abitudine, senza che emergano da un incontro vivo con il Signore.
La Porta Stretta (Luca 13:22-30)
«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno.»
Gesù descrive persone che busseranno dicendo «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, tu hai insegnato nelle nostre piazze!» Conoscevano Gesù di fama, ma non lo conoscevano personalmente. La vicinanza esteriore — frequentare chiese, conoscere la Bibbia, partecipare a eventi religiosi — non è la stessa cosa di una relazione reale con lui. La porta stretta richiede qualcosa di specifico: entrare riconoscendo la propria nullità, abbandonando la fiducia nelle proprie opere, cercando davvero Cristo e non solo la sua etichetta.
Non Chiunque Dice «Signore, Signore» (Matteo 7)
Gesù lo dice chiaramente: «Non chiunque mi dice “Signore, Signore” entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio.» Si può conoscere tutta la Bibbia, frequentare la chiesa ogni domenica, pregare ogni giorno — e tutto questo può coesistere con una totale mancanza di relazione reale con Cristo. Il criterio non è la quantità delle pratiche religiose, né la profondità della conoscenza teologica. Il criterio è: chi fa la volontà del Padre, iniziando dall’umiltà, dal dire «Non sono io, ma è Cristo che vive in me.»
Salvati per Grazia, Non per Opere (Efesini 2:8-9)
«Voi siete stati salvati per grazia, mediante la fede. E ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non per opere, perché nessuno si vanti.»
Efesini 2:8-9
La salvezza è un dono, non un traguardo da raggiungere con le proprie forze. Chi vive per religione crede — spesso inconsapevolmente — che la salvezza sia una conquista. Ma il trofeo della vita eterna non si conquista: si riceve, con le mani aperte e umili, come il pubblicano che si batteva il petto.
Come Rispondere Alla Domanda
Torniamo alla domanda di partenza: «Di che religione sei?» Il punto di partenza non è spiegare le differenze dottrinali o elencare le cose che non facciamo. Il punto di partenza è dire: «Io non appartengo a un gruppo, appartengo a una Persona. E quella Persona ha cambiato la mia vita.» Tre passi pratici:
- Dichiara Cristo — identificati come seguace di Cristo, non di un’etichetta.
- Racconta l’opera — condividi ciò che Dio ha fatto nella tua vita.
- Invita a conoscere — offri di esplorare una relazione personale con Gesù.
In questo modo la conversazione cambia registro. L’altro non si trova di fronte a un confronto tra sistemi religiosi, ma a una testimonianza personale. E le testimonianze personali aprono porte che le dispute dottrinali chiudono.
Nuova Creatura, Non Nuova Religione (2 Corinzi 5:17)
«Se uno è in Cristo, egli è una nuova creatura. Le cose vecchie sono passate: ecco, tutte le cose sono diventate nuove.»
2 Corinzi 5:17
Non ho cambiato religione. Sono cambiato io. Dio è entrato nella mia vita, ha acceso la luce, mi ha mostrato le cose che non andavano, e ha cominciato a trasformarle. Il nostro messaggio al mondo non è «fai queste cose, evita quelle altre». Il nostro messaggio è: «Esiste una Persona che ti ama, che ti conosce meglio di te stesso, che ha già pagato il prezzo per la tua redenzione. E puoi conoscerla. Personalmente. Oggi.»
Il Nostro Compito nel Mondo
Non siamo chiamati ad avere una platea. La nostra testimonianza principale è il nostro modo di vivere. E in quelle conversazioni, quando arriva la domanda «di che religione sei», abbiamo una scelta. Possiamo rispondere con un’etichetta e chiudere la porta. Oppure possiamo rispondere con una storia — la nostra storia con Cristo — e aprire una finestra. Non per salvare noi stessi quella persona, perché quello è compito del Padre, ma per indicarle la porta stretta. Per dirle: «Non ho trovato una religione migliore. Ho trovato una Persona. E quella Persona ha cambiato tutto.»
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Fortunato De Falco — Servitore della Parola /